A Pr’c’ssión ì Mort

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(La processione dei morti)
La strada alle spalle della via Gianbattista Vico, dove abitavo, era dedicata a Giulio Cesare. In quella strada aveva casa una famiglia la cui abitazione era collocata esattamente alle spalle della mia. Non ricordo con precisione il nome delle famiglia…ma ricordo bene il soprannome: “Ciuccarèll”. Uno dei figli, Antonio, solo di un anno o due più grande di me è stato mio amico e compagno di giochi fino a quando non ci siamo persi di vista.
All’epoca, ricordo, le strade non erano ancora asfaltate e pochissime automobili circolavano in paese.
Quelle vie, in basolato, erano percorse invece da molti “traín” che alla sera venivano parcheggiati in strada, con le “sdàngh” poggiate a terra, mentre il cavallo o il mulo veniva “rimesso” in casa, una parte della quale era adibita a stalla.
Potete immaginare cosa succedeva di notte: il cavallo scalciava contro il muro di confine ed il rumore cupo come di una grancassa si ripercuoteva nella stanzetta dove dormivo con i miei due fratelli più grandi, Pietro e Gino.
Mentre loro riuscivano a dormire, io ad ogni colpo, sobbalzavo, sentivo crescere la paura e mi facevo sempre più piccolo rannicchiandomi sotto le lenzuola e accostandomi al corpo di uno dei miei fratelli.
Soprattutto poi in periodi come quelli di fine ottobre, inizio novembre. La ricorrenza della festa dei morti generava in me puro terrore. E le storie che in questi giorni mi raccontavano non contribuivano certo ad aiutarmi a superare queste paure. Ogni anno, infatti, la sera tra il 31 di ottobre ed il primo di novembre, mia madre, terminata la cena e finito ripulire casa, aveva l’abitudine di riapparecchiare a nuovo la tavola lasciandovi sopra della frutta secca, qualche mandarino (nùc, fìchura sicch, portajàll), vino acqua e vari tipi di dolcetti preparati i giorni precedenti (cav’ciun, pupurèt scarpèll e scav’datèll). Usava anche lasciare “nu lampín ‘ppccièt” – un lumino acceso. Tutto questo per onorare la ricorrenza della “festa dei morti”. Quando chiedevo spiegazioni su quello che stava accadendo, mia nonna mi prendeva per la mano, ci sedevamo di fronte a “u fucaríl” e raccontava………
E’ una usanza che si perde nella notte dei tempi. Si racconta che la notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre di ogni anno tutti i defunti si danno appuntamento davanti all’ingresso del cimitero e in due file si dispongono in processione. Solo per quella notte infatti è loro concesso di ritornare ai propri cari, alle proprie abitazioni e sostare per qualche tempo in quelle che furono le loro dimore in vita. Ed i vivi, che conoscono questa ricorrenza, preparano cibi e vivande su tavole apparecchiate e mettono davanti all’uscio di casa una luce per guidare i propri cari defunti. La processione dei defunti si snoda per tutto il paese ed ognuno di essi si ferma presso la propria abitazione il tempo concesso saziandosi delle vivande sul tavolo preparate. Poi, terminato il pasto frugale, si dirigono alla locale chiesa dove viene celebrata la messa per la loro festa. Ovviamente nessuno può vederli né sentirli, ma se qualche temerario osa farlo, deve premunirsi. Per assistere alla “processione” infatti bisogna dotarsi di una bacinella piena di acqua pulita e munirsi di due candele accese e poste ai lati della stessa. Occorre anche un certo numero di fave secche che bisogna contare lentamente e senza sbagliare, per la buona riuscita del tentativo. Se c’è luna piena, la sfilata dei defunti diventava ancora più visibile nell’acqua della bacinella. In nessun modo bisogna rivolgere la parola ai morti. Si deve assistere in assoluto e religioso silenzio. Aprono la sfilata per primi i bambini morti piccoli che addirittura procedono gattoni, poi più giovani e via via gli adulti, i vecchi ed alla fine i morti per morte violenta, definiti i “morti cattivi”. In questo preciso momento bisogna interrompere la visione perché il rischio di essere scoperti aumenta in modo vertiginoso. Se si riconosce qualcuno dei propri parenti non bisogna in alcun modo chiamarli, pena la morte. Si racconta infatti che un anno un bambino troppo curioso riconobbe in un defunto la propria nonna e correndogli dietro continuava a gridare: Nonnaaaa! Nonnaaa. Ma la nonna girandosi e rivolgendogli uno sguardo severo non gli rispondeva.
Nonnaaaa! Nonnaaa! – continuava il bimbo seguendo la processione.
La seguì fino in chiesa continuando a chiamare gridando. Ad un certo punto il capofila, udito il mormorio, si girò di
scatto e si avviò verso il fondo della chiesa dove la nonna si attardava con il proprio nipote dicendogli: Vai via… non puoi stare qui…se ti vedono i cattivi potresti non tornare più indietro….
Colui che guidava la processione, giunto in prossimità delle porte della chiesa, per aver più tranquillità le stava chiudendo. Allora la nonna con una poderosa spinta ricaccio fuori il nipotino, prima che le porte si chiudessero definitivamente. La storia dice che lo ritrovarono il mattino dopo mentre dormiva accovacciato innanzi alla porta del locale cimitero avvolto in una mantella nera.
Così finiva il racconto della mia nonna e poiché si era fatto tardi inevitabilmente si andava a dormire.
Non sono mai riuscito a chiudere occhio. Tra i calci del cavallo, la storia della nonna, la paura era enorme e gli occhi non si chiudevano. Ma non chiudendo gli occhi vedevo il buio totale. Quando il buio è totale e gli occhi sono aperti, la mente fa dei brutti scherzi creandoti e rendendoti reale stranissime creature che pur non essendo reali sembrano avere una corporeità ed una consistenza tutta particolare.
Potete immaginare quali creature affollavano il mio buio quella notte

Michele Giuliano

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