Dotecomune – Caporalato legalizzato di Michele Giuliano

L’estate del 2015 sarà ricordata oltre che per il caldo afoso, anche per due eventi ‘l’Expo Universale di Milano ed i morti sul lavoro nelle terre della Puglia. Sembrano due eventi tra loro lontanissimi, anche territorialmente…..Eppure qualcosa in comune c’è. A Expo 2015 moltissimo lavoro (non pagato) è stato svolto dai “volontari”. Giovani, soprattutto ai quali Mainpower è riuscita a “vendere” l’idea di prestare la propria opera gratuitamente e farsi una “esperienza”. E moltissimi ragazzi hanno accettato. Anzi, ad onor del vero, qualcuno (pochissimi in realtà) è stato anche assunto part time fino a fine manifestazione. Ovviamente ad un “salario” inferiore al minimo. Ad Expo 2015 quindi si è speculato sul bisogno di lavoro dei giovani ai quali, dietro promesse di esperienze e di possibili assunzioni, si è di fatto proposto un lavoro “non retribuito”. Il tutto ovviamente nel più totale silenzio, escluso le solite voci fuori dal coro. E nella più totale “legale” illegalità. Nelle campagne del sud è successa la stessissima cosa, con due enormi differenze. La manodopera è stata sottopagata ed il tutto è avvenuto nella più bieca forma di abusivismo e di illegalità. E dove c’è illegalità, quello è il regno della criminalità. Ecco il “caporalato”. Il caporalato, infatti, è un fenomeno criminale che ha lo scopo di sfruttare abusivamente ed illegalmente la manovalanza. Il caporale, com’è inteso oggi, è un individuo che al mattino presto raduna personale giornaliero per effettuare lavori in modo abusivo e illegale. E questo avviene sia nei cantieri edili che nelle campagne. Questo bieco individuo trova enorme seguito tra le fasce più debole della popolazione. Figuriamoci poi con l’arrivo di manodopera a bassissimo costo reperibile tra i lavoratori extracomunitari immigrati. Intendiamoci il fenomeno non avviene solamente nelle campagne del Sud. Pensate per un attimo a cosa succede a Milano ad ogni manifestazione fieristica di cui l’Expo è stata l’apoteosi. Pensate alla manodopera nel Nord Est, nell’ex triangolo industriale Genova-Milano-Torino. Oggi la situazione si è aggravata sicuramente anche perché coloro che emigrano clandestinamente, sperando di migliorare la propria condizione, finisce nelle mani dei caporali che li riducono in condizioni di schiavitù. Gli ultimi accadimenti di questa estate hanno acclarato che il fenomeno si sta estendendo anche nei confronti delle donne italiane, direttamente proporzionale alla crescita dei bisogni ed alla povertà.

Molto “merito” di questo deve essere ricercato nella perfida logica del profitto. Il profitto infatti in tempi di contrazione dei consumi non modera la propria sete di guadagno, come sarebbe logico, ma tenta di aumentare i propri utili pressando i costi. E quindi tanto per essere chiari circa quello che succede nei campi di Puglia, le grandi industrie della trasformazione e della distribuzione, per tenere inalterati i propri guadagni, anzi per farne di maggiori, contraggono i costi da pagare ai produttori i quali a loro volta contraggono i costi da pagare alla manodopera, e ricorrono ai caporali che riescono a procurare forza lavoro ad infimi salari. E’ una filiera micidiale che, come sempre, ricade sulle schiene dei più deboli. Ma il “caporale” non era questo. Un tempo il caporale era una persona del paese, conosciuto e stimato. Dai “cafoni” e dai proprietari terrieri. Aveva quasi sempre la stessa estrazione sociale. La mia nonna mi raccontava di aver svolto questa “funzione”. Il proprietario terriero si “affidava” a lei perché reperisse il personale femminile per la vendemmia o per la raccolta delle olive. E mia nonna formava la squadra con donne del paese guardando non solo alla capacità lavorativa, ma anche al “bisogno” di lavorare che in un paese piccolo come quello in cui sono nato era noto a tutti. Anche mio padre aveva la “sua squadra di lavoro”. Erano persone fidate, che non avevano paura a chinare la schiena e siccome erano molto esperte nel proprio lavoro erano molto richiesti. Tra i lavoratori, il “caporale” ed il proprietario terriero venivano a stabilirsi dei rapporti di forza non scritti, ma codificati dai comportamenti, dalle strette di mano e dal rispetto della “parola”. E non si aveva bisogno di “togliersi il cappello” come insegnato da Giuseppe di Vittorio. Ma la logica del Capitale e del profitto ad ogni costo è riuscita a piegare e spezzare questi rapporti e il caporalato è divenuta una figura criminale. Pienamente organico a questa logica il caporale procura manodopera sfruttata, sottopagata schiavizzata alle esigenze della “produzione” . Il tutto nella piena illegalità! Ma quando questa funzione la assume un Ente Pubblico???!!! In Lombardia. Il governatore Maroni e la sua giunta si sono inventati qualcosa di simile lanciando un piano rivolto ai “disoccupati – inoccupati – giovani ed ultracinquantenni” LA DOTE COMUNE. In parole povere La REGIONE LOMBARDIA, in accordo con l’ANCI Lombardia, tramite bandi pubblici, ai Comuni che fanno richiesta per “specifici progetti” , procurano il personale necessario per periodi definiti che vanno dai tre ai sei, nove o dodici mesi. Il personale che supera la selezione viene ammesso ad un “tirocinio” di formazione d’aula e a lavoro effettivo nella mansione che l’Ente Pubblico richiede. All’assegnatario della DOTE viene riconosciuta “indennità mensile di partecipazione forfettaria pari a 300 euro, fatto salvo il caso di lavoratori sospesi e comunque precettori di forme di sostegno al reddito, in quanto fruitori di ammortizzatori sociali, come indicato nel precedente art.3. L’indennità di partecipazione forfettaria costituisce reddito assimilato ai sensi dell’art. 50 comma 1 del TUIR”. Tale somma viene liquidata in soluzioni trimestrali posticipate. L’orario lavorativo consiste in quattro ore giornaliere per 20 ore settimanali (80 mensili circa). Non vi sono versamenti contributivi, non esiste malattia, infortunio o altro in quanto le ore di tirocinio non svolte dovranno essere recuperate. Neppure la maternità è contemplata, in quanto in caso di maternità il tirocinio viene “sospeso e non interrotto”. Molto semplicemente questo significa che un “lavoratore” presta la propria opera lavorativa ad un Ente pubblico ad un costo orario netto di 2,89 euro! (300-23% Irpef = 231/80). Vi sottopongo il mio caso: Ad una DOTE COMUNE di metà luglio 2015 cercavano personale per una posizione di impiegato all’ufficio protocollo per dodici mesi. Ci siamo presentati in 2. Ho superato la selezione ed ho iniziato a lavorare per quattro ore giornaliere come impiegato all’Ufficio Protocollo di un Comune dell’hinterland milanese. Era il 21 luglio 2015. Ad oggi 01 Novembre non ho ancora ricevuto alcuna liquidazione di compenso. Ho accettato pensando di avere almeno la contribuzione INPS che, vista l’età mi sarebbe servita almeno ai fini pensionistici. Ed invece neanche quella!
Ora mi chiedo e vi chiedo: non sembra molto simile ai metodi di un “caporale” quanto messo in atto da questi Enti pubblici in combutta? Il “caporale” in parole povere cosa fa? Speculando sui bisogni di lavoro procura al proprietario terriero manovalanza a basso costo! Ma la Regione Lombardia, con la DOTE COMUNE, non fa la stessa cosa? Ed è legale tutto ciò?

Michele Giuliano

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